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Social, Lavenia (Di.Te.): "Vietati agli under 15"

Social, Lavenia (Di.Te.): "Vietati agli under 15"

Lavenia (Di.Te.): “Il Governo introduca il Patentino Digitale obbligatorio per accedere alle piattaforme”

La proposta dello psicologo e psicoterapeuta: «Sotto i 15 anni nessun profilo; dopo i 15
non deve bastare dichiarare la propria età.
L’accesso ai social sia consentito soltanto dopo un percorso nazionale certificato».
Roma, 23 luglio 2026 – Dopo l’approvazione definitiva della legge francese che vieta l’accesso ai social
network ai minori di 15 anni, imponendo nuovi obblighi alle piattaforme, anche in Italia si riapre il
confronto sull’efficacia dei divieti e sulla necessità di proteggere bambini e adolescenti negli ambienti
digitali. Il provvedimento francese prevede inoltre misure sull’utilizzo degli smartphone nelle scuole
superiori e l’entrata in vigore a partire dall’anno scolastico 2026-2027.
Secondo il professor Giuseppe Lavenia, psicologo e psicoterapeuta, presidente dell’Associazione
Nazionale Dipendenze Tecnologiche, GAP e Cyberbullismo Di.Te., il divieto rappresenta un primo passo
importante, ma non può essere considerato sufficiente. «La decisione francese interrompe finalmente una
finzione: quella secondo cui bambini, adolescenti e multinazionali della tecnologia possano confrontarsi ad
armi pari. Le piattaforme non sono semplici contenitori di informazioni. Selezionano ciò che vediamo,
misurano le nostre reazioni, anticipano i nostri desideri e costruiscono percorsi personalizzati per trattenerci
il più a lungo possibile. Il loro obiettivo economico non è farci stare bene, ma farci restare», afferma Lavenia.
«Chiedere a un ragazzo di undici, dodici o tredici anni di governare da solo questi meccanismi significa
attribuirgli capacità di autocontrollo e regolazione emotiva che sono ancora in costruzione. Riconoscerlo non
significa considerare gli adolescenti incapaci, ma prendere sul serio una fase della vita nella quale il bisogno
di appartenenza, il giudizio dei coetanei, la ricompensa immediata e la ricerca di approvazione hanno un
peso particolarmente forte».
Per Lavenia, il dibattito non può ridursi alla contrapposizione tra libertà e censura.
«Una regola non diventa inutile soltanto perché può essere violata. Anche i limiti di velocità vengono superati
e i minorenni riescono talvolta ad acquistare alcolici. Nessuno propone per questo di cancellare quelle
norme. Una legge non elimina ogni rischio, ma stabilisce una soglia, attribuisce responsabilità e indica ciò
che una comunità considera accettabile».
L’esperienza australiana, dove dal dicembre 2025 le piattaforme devono impedire agli under 16 di
possedere un account, suggerisce tuttavia che la verifica dell’età, se applicata debolmente, può essere
aggirata. Il garante australiano ha comunicato la limitazione di circa 4,7 milioni di account, mentre una
prima ricerca su 408 adolescenti ha rilevato che oltre l’85% degli under 16 coinvolti continuava a
utilizzare almeno una delle piattaforme interessate. Si tratta di dati iniziali, che non consentono ancora
valutazioni definitive, ma mostrano la distanza che può esistere tra una norma e la sua applicazione
concreta. (eSafety Commissioner⁠)
«L’Australia non dimostra che il divieto sia inutile. Dimostra che scrivere un’età nella legge non basta. Un
ragazzo può dichiarare una data di nascita falsa, utilizzare un account o il documento di un adulto e,
quando il controllo dipende dalla localizzazione geografica, ricorrere anche a strumenti come le VPN. Una
VPN può nascondere il luogo dal quale ci si collega, ma non dovrebbe poter generare una credenziale
personale valida».
Da qui la proposta rivolta al Governo italiano.
«Chiedo al Governo di introdurre una legge nazionale fondata su una regola semplice: sotto i 15 anni nessun
accesso ai social network; dai 15 anni apertura del primo profilo soltanto dopo il conseguimento di un
Patentino Digitale obbligatorio, rilasciato al termine di un percorso nazionale certificato».
Il percorso dovrebbe essere realizzato nelle scuole e coinvolgere anche le famiglie, affrontando il
funzionamento degli algoritmi, la protezione dei dati personali, il cyberbullismo, la manipolazione dei
contenuti, l’intelligenza artificiale, la gestione del tempo online, il riconoscimento delle relazioni
pericolose e i segnali di un utilizzo problematico.
«La verifica dell’età risponde soltanto alla domanda: “Quanti anni hai?”. Il Patentino Digitale aggiunge una
domanda decisiva: “Sei stato preparato a entrare in questo ambiente?”. Non basta raggiungere un’età
anagrafica. Prima di accedere alle piattaforme devono essere acquisite alcune competenze minime,
esattamente come avviene in altri contesti nei quali la libertà comporta rischi e responsabilità».
Il certificato dovrebbe essere personale, non cedibile e verificabile dalle piattaforme attraverso una
credenziale digitale sicura, senza comunicare informazioni scolastiche o altri dati sensibili del minore.
«La piattaforma non avrebbe bisogno di conoscere il percorso personale del ragazzo. Dovrebbe ricevere
soltanto la conferma che l’età richiesta è stata raggiunta e che la formazione è stata completata. Un sistema
progettato nel rispetto della privacy potrebbe restituire un semplice esito di idoneità, impedendo che lo stesso
certificato venga utilizzato per aprire profili intestati a persone diverse».
Secondo Lavenia, il Patentino non renderebbe il sistema impossibile da aggirare, ma lo renderebbe più
credibile rispetto a una semplice casella nella quale dichiarare la propria data di nascita.
«Nessuna protezione è inviolabile. Il punto non è promettere un sistema perfetto, ma innalzare
concretamente la soglia di accesso. Oggi bastano pochi secondi per dichiararsi maggiorenni. Con il Patentino
servirebbero invece un’identità verificata, un percorso completato e una credenziale personale. La differenza
è tra una porta lasciata aperta e una porta dotata di controlli reali».
Le piattaforme dovrebbero essere obbligate a verificare sia l’età sia il possesso della certificazione, con
sanzioni proporzionate al fatturato in caso di controlli insufficienti o violazioni sistematiche.
«Non è accettabile che la responsabilità continui a ricadere soltanto sulle famiglie. Quando un ragazzo
dorme poco, trascorre ore online o non riesce più a separarsi dallo smartphone, ci chiediamo
immediatamente dove abbiano sbagliato i genitori. Ma nessuna famiglia può competere da sola con aziende
che investono risorse enormi per analizzare ogni clic, ogni esitazione e ogni secondo di attenzione.
Regole e educazione non sono alternative. Un bambino non impara ad attraversare la strada soltanto perché
gli spieghiamo che le automobili sono pericolose. All’inizio gli teniamo la mano, gli imponiamo di fermarsi, gli
insegniamo a guardare e solo progressivamente gli concediamo autonomia. La regola precede la libertà non
per negarla, ma per renderla possibile.
Il Governo italiano non si limiti quindi a osservare Francia e Australia. Costruisca un modello più completo,
nel quale al limite anagrafico si aggiungano formazione, responsabilità delle piattaforme e sostegno alle
famiglie. Non basta verificare l’età: prima dei social bisogna certificare le competenze.
Un divieto non insegna da solo a vivere, ma può concedere tempo perché il cervello maturi, l’identità si
consolidi e un ragazzo impari a distinguere un desiderio autentico da un impulso alimentato dall’algoritmo. Il
vero diritto da tutelare non è quello di aprire un profilo il prima possibile, ma quello di crescere prima che
siano le piattaforme a suggerire continuamente chi si dovrebbe diventare», conclude Lavenia.