Se si prendono in considerazione le incredibili distanze tra le stelle, si capisce subito che le leggende di visite sulla Terra da parte di esseri intelligenti sono tutte bufale
Quando ero un ragazzo di scuola media un sacerdote amico di famiglia mi regalò un manuale di istruzione astronomica intitolato “I cieli narrano la gloria di Dio”. Fu allora che appresi dell’esistenza delle galassie, e soprattutto della nostra, la Via Lattea. Fu il mio primo pensare in termini cosmologici. Appresi che tutte le stelle che vediamo in cielo, e naturalmente anche il Sole, appartengono alla Via Lattea. Grande fu la mia meraviglia quando mi resi conto che fino agli inizi del Novecento si riteneva che queste stelle costituissero tutto l’universo. E’ vero che tra le stelle i telescopi mettevano in evidenza fiocchetti di luce, detti “nebulose”, che non erano stelle, ma i più pensavano che si trattasse di ammassi di gas illuminati da stelle della galassia.
Poi ci fu una vera rivoluzione...
Ci fu una vera rivoluzione, dicevo. Artefice principale fu una ragazza, Henrietta Leavitt. Era stata assunta presso il nuovissimo osservatorio di Monte Wilson, in California, come ‘calcolatrice’. Si chiamavano così le donne incaricate di catalogare le stelle sulle lastre fotografiche. Un lavoro noioso quant’altri mai, disdegnato dai giovani astronomi. Per questo c’erano le donne. Ma Henrietta era un’appassionata osservatrice, ed era intelligente. Si accorse che una categoria di stelle variabili, chiamate Cefeidi, mostrava la caratteristica di avere il periodo dal minimo al massimo proporzionale alla luminosità. Più era lungo il periodo, più la stella era luminosa. La luminosità non dipendeva dalla distanza, come per tutte le altre stelle: anzi, noto il periodo, si poteva dedurre la distanza, confrontando la vera luminosità con quella apparente. Era importantissimo. All’epoca si conosceva la distanza soltanto per le stelle molto vicine al Sole, per le quali si poteva applicare il metodo della parallasse (lo stesso che usano i geometri per le distanze terrestri), per tutte le altre valeva soltanto la luminosità apparente: più debole significava più distante, ma non si sapeva di quanto. Con le Cefeidi di Henrietta si poteva calcolarlo con esattezza. L’astronomo Edwin Hubble capì subito di avere per le mani il mezzo per dirimere una vecchia questione, e ne approfittò.
Siccome il nuovo telescopio aveva dimostrato che quasi tutte le ‘nebulose’ erano fatte di stelle, si riteneva che fossero grumi di stelle lontane, ma che facessero comunque parte della nostra galassia. Qui fu determinante la scoperta di Henrietta. Tra quelle stelline lontane si scoprirono delle Cefeidi e dal loro periodo si dedusse la distanza: milioni di anni luce. Erano sistemi stellari lontanissimi, fatti come la nostra galassia. Di galassie perciò ce n’erano milioni, miliardi. Improvvisamente l’universo diventò gigantesco.
Che cosa produsse questa nuova consapevolezza? E’ facile da intuire. Miliardi e miliardi di stelle significa anche uno sterminato numero di pianeti, tra cui milioni di tipo roccioso come la Terra e posti alla distanza giusta dalla loro stella genitrice da renderli abitabili, adatti alla vita, poiché permettevano l’esistenza di acqua liquida. E quindi, nonostante la bassa probabilità, anche sedi possibili di vita intelligente.
Insomma, che siamo soli nell’universo è questione da non porsi nemmeno: migliaia e migliaia di volte saranno nate specie come la nostra, di cui però sarà arduo avere notizia. A meno che non ci si contenti di captare segnali radio.
Se si prendono in considerazione le incredibili distanze tra le stelle, si capisce subito che le leggende di visite sulla Terra da parte di esseri intelligenti sono tutte bufale. Anche ammettendo mezzi di trasporto eccezionali che viaggiano a velocità di migliaia di chilometri al secondo, occorrerebbero decine di anni per andare da una stella all’altra. E poi come trovare quella giusta dove dirigersi? E’ evidente che bisogna prima avere la capacità di individuare dove vivono questi esseri intelligenti. L’unica possibilità è quella di captare nello spazio segnali come le onde radio. Noi da un secolo circa siamo capaci di produrli e di ascoltarli, ma potrebbero esistere civiltà che sono giunte a questo risultato migliaia di anni fa. Si tratterebbe comunque di segnali debolissimi, date le distanze. Diversi scienziati sono convinti che una civiltà del livello della nostra sia probabilmente unica in una galassia (che contiene di 100/200 miliardi di stelle). E’ impensabile che segnali radio possano essere ricevuti da una galassia all’altra (si tratta di coprire distanze dell’ordine dei milioni di anni luce!). E allora si può tranquillamente concludere che, secondo le attuali conoscenze, per ricevere questi segnali occorrerebbe la fortunata circostanza di non essere gli unici intelligenti nella nostra galassia, e che una civiltà, molto più progredita della nostra, si trovi in una stella vicina al Sole. Per di più deve esser capace di emettere segnali radio potentissimi. Per ora un caso fortunato come questo non si è realizzato. Il futuro ci dirà se esiste davvero. Con la tecnologia attuale è inutile comunque continuare ad ascoltare, per cui il programma SETI di ricerca di intelligenza extraterrestre è stato interrotto.
dott. Karol (Carlo CAPPELLI)