LA PAROLA AL DOTTORE: “LA  MENTE  E  IL  CORPO” (LE NOSTRE RUBRICHE – MEDICINA)

Non vi spaventate. Non intendo affrontare temi filosofici o scientifici di alto profilo, come per esempio le neuroscienze. Non ne sarei capace. Però in queste nostre chiacchierate, genericamente incentrate sulla medicina, abbiamo toccato più volte il discusso tema dell’influenza della psiche sul funzionamento del nostro organismo. La psicosomatica è la disciplina che indaga su questi rapporti. Ma neanche di questo qui intendo discutere (lo abbiamo già fatto in precedenza). M’è venuta voglia di riflettere sul processo evolutivo che ci ha costruito come siamo, cioè uomini (s’intende come specie: che le femministe se ne stiano calme). Dunque, la domanda è questa: che cosa ci contraddistingue? Abbiamo risposto più volte: il cervello. Ma questo ce l’hanno, più o meno sviluppato, anche gli altri animali. Gli scimpanzé quasi come il nostro. E allora?

La risposta vera è che il nostro cervello, di dimensioni inusitate rispetto a quelle corporee, ha raggiunto una soglia-limite di cento miliardi di cellule nervose, le quali, con le loro migliaia e migliaia di connessioni ciascuna con le vicine, raggiungono una complessità di rete neuronica da capogiro, un numero di sinapsi (sarebbero proprio le connessioni) di miliardi di miliardi. Una cosa unica, incredibile.

Embé? dirà qualcuno poco impressionabile. Il fatto è che questa rete ciclopica ha prodotto la mente, la coscienza, la consapevolezza del sé. Quel qualcosa che ci fa dire: Io, e che ci fa guardare il mondo intorno a noi come se, quasi come esseri incorporei, stessimo chiusi dentro un corpo materiale. Non era mai successo nel passato. I rettili hanno dominato il mondo per duecento milioni di anni, ma non hanno mai raggiunto questa qualità mentale superiore. Qualità non casuale, si badi bene, ma ricercata dall’evoluzione con aggiustamenti progressivi, come ci dimostrano i numerosi tentativi compiuti negli ultimi milioni di anni, messi in evidenza dalla paleontologia.

E allora? Allora, da quel momento in poi l’essere uomo ha significato soprattutto questo possedere una mente, la capacità di pensare. L’anima, come la chiama la religione. In un certo senso, la creazione di questa qualità dell’attività nervosa ha ridotto tutto il resto, corpo compreso, a funzione di supporto, ad apparato necessario al funzionamento di questa mente. Perfino il rapporto tra cervello e corpo è rimasto assoggettato alla mente. C’è infatti al centro del cranio una piccola nicchia, una cavità ossea detta ‘sella turcica’ che contiene una ghiandoletta, l’ipofisi. Questa ghiandola possiamo considerarla il punto di contatto tra cervello e corpo. Da lì si governano le funzioni e l’andamento complessivo di tutta la macchina umana. E questo governo lo esercita la mente, nel caso della specie umana. Sia detto così, in soldoni.

Dove voglio arrivare? Ma è semplice. Dobbiamo considerarci soprattutto esseri pensanti. Dobbiamo imparare a custodire, promuovere, allevare questa nostra qualità preziosa. Ne va del nostro stato di benessere e, soprattutto, di quello dell’intera specie, perché ogni individuo è un collaboratore destinato dall’evoluzione alla crescita culturale umana, prodotto indiscutibile della mente, che ci ha portato ad essere ciò che siamo. Perciò dire ‘salute’ – ne siate consapevoli per l’avvenire – significa soprattutto dire ‘salute mentale’, ecologia della mente, e non semplicemente salute fisica del corpo. Troppo spesso perdiamo di vista questa esigenza primaria, attratti da chimere di felicità (il denaro, il potere, il piacere, il successo) che invece spesso guastano la mente, la riducono ad accessorio fastidioso e ci fanno vivere male. Il lento suicidio dei drogati ne sia dimostrazione.

Non occorre essere ricchi per dedicarsi a questo processo di arricchimento della mente. E nemmeno essere istruiti, culturalmente privilegiati. Significa soltanto essere saggi, saper vedere il significato vero del nostro passaggio su questa terra, ognuno con il suo ‘sé’, quello che ha saputo costruire durante la vita.

Il Dottor Karol (Carlo CAPPELLI)





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