CORONAVIRUS: UNA  SINTESI. LA PAROLA AL DOTTORE

<E’ stato, e probabilmente lo sarà ancora a lungo, argomento unico di conversazione ovunque, proviamo dunque a fornire una sintesi per i frequentatori della nostra rubrica. Questo avvenimento di medicina sociale segnerà l’anno 2020. Il virus, comparso nelle cronache dalla metà di febbraio, si è ormai sicuri che circolava tra noi almeno da dicembre. Si è giunti a questa conclusione in base all’esordio del focolaio cinese, alla costante e fitta frequentazione italo-cinese e grazie al dato ormai certo che, in almeno la metà dei casi, il contagiato non manifesta che lievi segni di ‘raffreddore’. Poi guarisce. L’altra metà dei contagiati ha soltanto un po’ di febbre, tosse e scolo dal naso: insomma i segni di un’influenza lieve, quale tutti noi abbiamo superato decine di volte, senza minimamente preoccuparcene. Soltanto il 5% manifesta segni che necessitano di ricovero, quasi sempre a causa di complicazioni preesistenti all’infezione o perché impauriti dal clima di terrore mediatico. E i morti? Sono proprio i primi morti in Cina che hanno portato l’attenzione morbosa dei media su questa malattia. La percentuale era del 2% circa sui contagiati. Ma l’enorme numero degli asintomatici (e dunque contagiati ignoti alle statistiche) fanno scendere probabilmente questa percentuale molto sotto l’1%. Un insignificante ‘zero virgola’, cioè una forma ‘influenzale’ assolutamente lieve, di nessun conto, come tante. Anzi, meno grave di tante piccole epidemie stagionali che superiamo ogni anno.

   Ma allora, tutto l’allarme?… Vedo due colpevoli certi. L’inveterata abitudine del giornalismo sensazionalistico che ha voluto perfino insinuare un incidente avvenuto in un laboratorio cinese dedito alla creazione di virus per la ‘guerra batteriologica’, da cui la previsione conseguente di una catastrofe di dimensioni globali. E poi colpa anche della risposta politica nostrana, emotiva, tutta tesa a procurarsi un’immagine di tempestività e rigore, utile all’eterna campagna elettorale. Poche e inascoltate le voci attente alla sostanza del bene pubblico, cioè la salute e l’economia. Si è subito strillato: allarme pandemia! E si è corsi ai ripari con misure estreme, irresponsabili e del tutto inutili. La realtà è che moltissime persone avevano già superato l’infezione e nemmeno lo sapevano. Anche oggi si continuano a seguire assurdi cerimoniali da peste bubbonica, quando ciò che vado dicendo è di dominio pubblico.

   Le conseguenze per l’economia saranno purtroppo pesanti e se ne parlerà a lungo.

   L’unica speranza è che da tutto ciò si impari ad essere più calmi e razionali. Vorrei che gli addetti alla comunicazione riuscissero a valutare le notizie epidemiologiche in modo corretto. Capisco però che voci autorevoli che seminano allarme rendono impossibile una corretta informazione. Bisogna ricordare sempre che una epidemia virale stagionale a diffusione rapida, affrontata con le consuete precauzioni, senza allarmi, senza isterismi o quarantene, porta con sé comunque una percentuale di contagiati sul tipo di questa del coronavirus, e a volte anche maggiore. E’ normale. Come è anche normale che tra i contagiati ci siano persone più deboli o compromesse che stanno peggio. Ovvio che tra queste alcune necessitino dell’ospedale e che alcune muoiano per le complicazioni. E’ normale. Ricordo che negli anni ’60 l’epidemia influenzale ‘asiatica’ fece ammalare quasi tutti nel giro di un paio di mesi e che i morti nell’ospedale di Ascoli erano un paio al giorno.

   Come si esce da una situazione simile? Il virus non sopravvive nell’ambiente, ha bisogno continuo di persone da infettare. In principio ne trova quante ne vuole, poi cominciano a diminuire. Quando scendono sotto una ridotta percentuale, perché la maggioranza ha superato la malattia, la circolazione del virus rallenta e infine cessa del tutto. Con l’ultimo che guarisce senza aver infettato nessuno, il virus scompare. Senza quarantene, senza mascherine, senza amuchina, senza chiusure di scuole e ristoranti, senza blocchi stradali e zone rosse.

   In ogni prossima occasione ricordiàmocelo bene, dicendo: non sarà come il coronavirus del 2020, eh?>

il dottor Karol (Carlo CAPPELLI)





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