“CORONAVIRUS AMICO?” LA PAROLA AL DOTTORE

“In questi tristi giorni passati chiuso in casa a contemplare sullo schermo TV lo strazio continuo di visioni allarmanti di ospedali, ad ascoltare profeti di sventura e a leggere un rosario di cifre luttuose, ad un tratto inaspettatamente ho sorriso per un’improvvisa intuizione… una speranza. Questa epidemia, che ha portato tra noi tanto dolore, forse potrà essere maestra di vita, forse potrà correggere il dissennato modo di agitarci a cui siamo giunti e, alla fine, forse sarà capace di rendere questo pianeta di nuovo abitabile.

Ci sono diverse considerazioni che portano a pensare così. Prima di tutto la strana vita quotidiana che siamo stati costretti a sperimentare per lunghe settimane. Innaturale, certo, e stravolgente le nostre abitudini, ma pure sopportabile, incredibilmente possibile e – meraviglia! – a volte perfino piacevole. Costretti in casa, ci siamo ingegnati di rendere l’attesa del ritorno alla normalità meno penosa. Abbiamo inventato interessi e attività che ci avevano prima soltanto sfiorato il cervello, ma che la mancanza di tempo non ci aveva permesso di coltivare. Abbiamo sentito di nuovo il senso della famiglia, la presenza dei figli, per i quali c’era prima soltanto un fugace contatto, spesso dedicato a litigi e repressioni. Abbiamo goduto del dolce far niente, quel tempo dell’anima che s’è perso dietro ai ritmi di lavoro e all’orgiastico desiderio di mille necessità di cui riempivamo il poco tempo libero: jogging, palestra, amici, riunioni per hobby complicati. Perfino il coniuge c’è apparso di nuovo nella luce del primo nostro incontrarci e volerci bene, ormai dimenticato per il tempo trascorso e la routine ossessiva del vivere frenetico di oggi.

Dai balconi, occhieggiando come carcerati sull’ambiente esterno, abbiamo scoperto cose nuove: la qualità dell’aria che è cambiata e sembra tornata respirabile, il canto degli uccelletti che non sentivamo più… il silenzio, che dovrebbe essere naturale e invece era diventato una preziosa rarità. File di macchine finalmente inoperose hanno prodotto il miracolo, ma soprattutto ci hanno mostrato con evidenza quanto avevamo perso e come era facile riconquistarlo.

Nelle periferie sono comparsi timidi fratelli, gli animali selvatici, alla ricerca di cibo dove prima non osavano avventurarsi: cinghiali, caprioli, volpi. Essi ci ricordano che l’ambiente non è solo nostro, che non ne possiamo fare scempio a nostro piacimento, che l’armonia e l’equilibrio non possono essere alterati oltre ogni limite, altrimenti dobbiamo attenderci una severa punizione. Questo virus che ci tormenta è sicuramente di provenienza animale (probabilmente pipistrelli) ed è mutato, adattandosi con successo a noi, perché facilitato dal nostro numero enorme, dalla nostra abitudine di vivere ammucchiati gli uni sugli altri e di cibarci di tutto ciò che si muove. Una vera manna per un parassita capace di fare un salto da una specie all’altra.

Certo non c’è un nesso di causa stretto tra il modo di vivere e il virus, ma il richiamo a una maggiore saggezza mi pare evidente. Finito tutto, saremo più poveri, questo è certo, ma poveri anche di sciocchezze, di consumismo sfrenato e inutile, possessori di auto che – fatte salve le necessità di lavoro – non ci sono per niente indispensabili. Invece, è sperabile, diventeremo ricchi per il ritrovato senso di una vita più sana e per il rispetto della natura che ci ha generato e che, dimenticata e distrutta, sicuramente sa punirci. Siamo in bilico su un crinale pericoloso. Lo ribadisce autorevolmente l’ultimo numero di National geographic (aprile 2020) che è stato stampato come fossero due numeri incollati insieme. Su un verso si intitola: “Abbiamo perso il mondo – guida del pessimista alla Terra del 2070”; mentre sull’altro recita: “Abbiamo salvato il mondo – guida dell’ottimista alla Terra del 2070”.  Tutte cose note e arcinote, sì, ma sapevate che 50 anni fa fu celebrata la prima giornata della Terra e i profeti di sventura annunciarono allora, per fortuna sbagliando, imminenti catastrofi che invece abbiamo evitato? La fame, la durata della vita, la mortalità per parto, l’istruzione, l’acqua pulita, l’uso dell’elettricità, sono tutti fattori migliorati, nonostante la popolazione mondiale sia raddoppiata.

Perciò diamoci da fare, come ci suggerisce questa nuova prova del Coronavirus e come proclamano le bandiere che sventolano nell’azzurro d’Italia con i loro fiammanti colori. E’ dimostrato che, se vogliamo, sappiamo farlo”.

dottor Karol (Carlo CAPPELLI)





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