FUORI DAI DENTI, L’OPINIONE DI ROBERTO GALANTI: “ALLA RICERCA DELLE ASSOCIAZIONI PERDUTE”

FUORI DAI DENTI, l’opinione di Roberto Galanti

La ricerca dei “fantasmi”, oggi, è ancora attuale?

Parto da un documento inchiesta del 1992 e apparso su “il MONDO” e che mi è ricapitato tra le mani.
La domanda che sorge spontanea è se la situazione sia cambiata da quel dì, e nel caso, se è migliorata o peggiorata.
Questo è un argomento che la politica dovrebbe verificare con urgenza e con determinazione, altrimenti si rischia di avere un numero di imprese superiore a quelle esistenti e risultanti dagli elenchi Camerali.
Mi stuzzica questa auspicata e necessaria verifica.
In pandemia, durante il periodo degli “arresti domiciliari”, nei tanti collegamenti televisivi, intere categorie, sulle piazze, non hanno fatto menzione delle associazioni e ognuno faceva riferimento ad autonome aggregazioni i cui numeri avvalorerebbero l’inchiesta de “IL MONDO”.
Bisogna ristabilire i veri “numeri” di rappresentanza, altrimenti si rischia di avere dati non corrispondenti al vero anche in alcune istituzioni (albi professionali, contrattazioni, tavoli tecnici etc.etc.); oppure in istituzioni inservibili come fu per il CNEL per la cui abolizione si fece anche un referendum.
La rappresentanza o rappresentatività con una consistenza nazionale, oggi vede, per esempio, una ditta associata (a volte nemmeno sa di esserlo) con varie associazioni, perché in ciascuna di esse ha chiesto ed usufruito di un servizio.
E la stessa impresa, tra il volume dei documenti, ha sottoscritto probabilmente anche l’adesione senza autorizzazione “alla rappresentanza” che invece è necessaria.
Una Confederazione non può, secondo me, dare a prescindere, perché non si riesce o non si vuole controllare, “copertura” e alloggio a diverse associazioni o federazioni aderenti con tutti i vantaggi a pioggia.
Per dichiarare la rappresentatività o il peso nazionale, non si può vivere di ricordi storici (ammesso che ci siano in tutti i casi), ma sono necessari alcuni requisiti che vanno accertati.
Le firme dei CCNL dei vari settori, non possono essere indicativi ai fini della rappresentatività, se per “consuetudine”, si ritengono validi solo quelli firmati con la triplice. Questo è un argomento di cui si parla da tempo, ma che non trova luce.

In occasione del primo maggio, il Segretario Generale di UNILAVORO Vito Frijia, espresse in modo molto chiaro il pensiero (non fù l’unico) , che riporto per intero, sulla rappresentatività.

Primo Maggio: alcune riflessioni del nostro Segretario Nazionale Vito Frijia sul mondo del lavoro e sulla rappresentatività datoriale
In questi giorni di crisi, che sta mettendo a dura prova la nostra quotidianità di imprenditori, non mancano le polemiche per le decisioni prese da parte delle Istituzioni.
Credo che la causa principale di questo malcontento sia nel fatto che le associazioni datoriali tradizionali, che effettuano pressioni sul Governo, non rappresentano veramente gli imprenditori.
L’Italia è un Paese “unico” in tanti campi, ma lo è particolarmente nella difesa dello status quo.
Nel mondo sindacale datoriale, ad esempio, la rappresentatività si misura “sulla fiducia”. Come fanno le istituzioni a sapere quali organizzazioni chiamare ai tavoli di concertazione? Semplice, per prassi chiamano sempre i soliti. Per le storiche associazioni, infatti, è sufficiente dichiarare il numero di imprese rappresentate ed è tutto fatto. Addirittura c’è chi considera associate tutte le imprese che adottano il proprio contratto collettivo nazionale, dimenticando forse che le varie spinte legislative degli ultimi 5 anni hanno di fatto costretto tutte le aziende ad usare i pochi CCNL considerati “comparativamente più rappresentativi”.
In merito ai dati comunicati facciamo presente che, ad esempio per i commercianti, se sommiamo il numero degli associati dichiarati dalle varie associazioni andiamo a superare di gran lunga il numero delle aziende esistenti nel settore!
Non parliamo poi delle poche occasioni in cui i numeri devono essere certificati, come nel caso delle elezioni dei Consigli delle Camere di Commercio. In questo caso viene fuori che in una detta provincia gli associati “reali” sono da 5 a 10 volte minori di quelli dichiarati.
Ma, direte voi, le storiche associazioni rappresentano il comparto anche senza formalizzare le tessere. E allora perché sono sempre più frequenti i casi di gruppi organizzati di imprese che si rappresentano da soli?
Ultimo in ordine temporale il caso dei 6000 ristoratori toscani che, rifiutando ogni “contaminazione” con le associazioni di categoria, hanno portato la propria voce fino al Ministero dello Sviluppo Economico. La loro protesta è arrivata in tutta Italia ed è stata organizzata su tutto il territorio nazionale la consegna delle chiavi dei ristoranti ai sindaci.
Questo è il segno che le associazioni tradizionali hanno perso i legami con il territorio, e ormai rappresentano solo loro stessi e i “sepolcri imbiancati” che hanno creato negli anni.
Non sarebbe quindi opportuno ripensare al concetto di rappresentatività sindacale, riservando il giusto spazio nei tavoli di confronto a chi ha un vero rapporto quotidiano con le imprese del territorio?”

TUTTO CHIARO?
Allora che si scoprano le carte e si ristabilisca la vera rappresentatività su scala nazionale… CHISSA’ CHE NON CI SIANO SORPRESE!”





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