LA VISITA MEDICA, LA PAROLA AL DOTTORE

E’ l’incontro tra medico e paziente: questo chiede aiuto, l’altro sa (spera) di poter aiutare. Intanto quel nome “paziente” non significa (come credevo da bambino) che si tratta di uno rassegnato a sopportare i fastidi delle manovre mediche, perciò ad avere pazienza. No. Paziente, dal latino patiens, è colui che soffre, che ha bisogno di aiuto.

Un incontro faccia a faccia, dunque, guardandosi negli occhi. Importante questa prima occhiata, dice tante cose a chi è esperto, prima ancora di sentir descrivere i disturbi. Irrinunciabile, perciò. Oggi c’è anche (spesso) la visita telefonica, ma non m’è mai piaciuta, piena com’è di pericoli, senza la possibilità di osservare il malato. Il viso soprattutto, perché la faccia, l’espressione, lo sguardo sanno dire tante cose: dolore, angoscia, paura, rassegnata sopportazione, stoica indifferenza, menzogna (sì, a volte anche questa, cioè la simulazione di un male che non c’è, per avere un certificato). Ma, oltre la faccia, è tutto il corpo che parla con il suo atteggiarsi. Ricordo che in reparto, tanti anni fa, una brava infermiera osservò un ragazzino che veniva condotto al ricovero e mi disse: “Da come cammina sembra tetano”. E aveva ragione. Tutto questo per sconsigliare il frettoloso consulto telefonico. Lo so, andare a fare anticamera presso lo studio del dottore non è piacevole, a volte ci vogliono ore, ma, se avete davvero un problema, senza la visita rischiate di non risolverlo e di farlo aggravare. Il medico che non vede il malato rischia di sottovalutare il problema.

Guardarsi e parlare: non per niente si chiama ‘visita’. Infatti segue un colloquio (noi medici diciamo anamnesi): descrizione dei disturbi e interrogatorio su vari particolari di valore diagnostico. Anche questo è indispensabile. Il malato pensa: “Perché tante chiacchiere? Che aspetta a visitarmi? Quant’è noioso e petulante questo dottore!” E non sa, il tapino, che se da questo fitto interrogare e ascoltare non emerge, non dico la diagnosi, ma almeno una ragionevole approssimazione del problema, non c’è speranza di imboccare la strada giusta per la guarigione.

Alla fine c’è il fatidico esame fisico (detto anche “clinico”), preceduto dall’altrettanto consueto “Si spogli”. Non è sadismo, ma necessità. Se l’atteggiamento del corpo parla al medico, figuriamoci quante cose potrà dire osservare la pelle, ascoltare cuore e polmoni, palpare l’addome.

Da ultimo si torna a sedersi uno davanti all’altro. Il medico comunica le sue conclusioni diagnostiche e prescrive accertamenti e medicine. A questo punto dire tutta la verità a volte è controproducente, a volte necessario. Bisogna conoscersi bene per decidere. Per questo cambiare medico, quale che sia il suo valore, è spesso uno sbaglio. Come tra buoni amici, è essenziale la fiducia innanzi tutto. Il medico amico sarà sempre in grado di dire con sincerità: sono in difficoltà, non ho capito, meglio sentire un collega più esperto. Il paziente che ha fiducia non nutrirà mai dubbi sulle decisioni prese dal suo dottore. Sicuramente le stesse scelte il medico le avrebbe fatte per un suo familiare in analoga situazione.

Il Dottor Karol (Carlo CAPPELLI)

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