EREMO DEL COLLE SAN MARCO, LA STORIA

  • L’EREMO EPONIMO DEL COLLE SAN MARCO
  • AMBIENTAZIONE DELL’INSEDIAMENTO E ANALISI DELLA CHIESA SUPERSTITE
  • Cecco d’Ascoli nel suo poema L’Acerba rivolge un pungente pensiero alla sua città natia, riferendosi alle alture che ne chiudono la visuale a nord e a sud, il Monte dell’Ascensione e il Colle San Marco. I due rilievi vengono chiamati in causa dal poeta laddove evoca uno scenario di pace e di serenità, a condizione che la sua città immersa nei veleni dell’invidia scompaia del tutto, schiacciata nel bel mezzo dall’Ascensione (il monte di Polesio) e dal San Marco: … se tornate al ben, sarà giunto / el monte di San Marco con Polesi.
  • Il Colle San Marco, con la sua caratteristica parete di travertino, costituisce l’estrema propaggine del complesso dei rilievi della Montagna dei Fiori, ai confini tra le Marche e l’Abruzzo. L’altura prende il nome dall’eremo che lì edificarono i monaci cistercensi intorno alla metà del sec. XIII.
  • La superstite chiesa di San Marco, incastonata nella roccia, non è semplicemente un tratto caratteristico del paesaggio che circonda la città, ma è parte integrante della sua dimensione di vita e di cultura. Lo si può intuire ancora oggi dallo stretto rapporto percettivo che intercorre tra la città stessa e la chiesa rupestre. Quest’ultima si individua perfettamente volgendo lo sguardo a sud quando ci si trova in Piazza del Popolo, nei pressi della chiesa di San Francesco. Persino l’edificio cinquecentesco che chiude la piazza sul lato meridionale sembra elevarsi per quel tanto che occorra ad eliminare la percezione dei tetti retrostanti, così da proporre una perfetta inquadratura del colle, sgombra da ogni interferenza visuale. In tal senso, la chiesa di San Marco non è più solo e soltanto l’elemento di una cornice ambientale, ma un elemento integrante nell’orizzonte percettivo della piazza di maggiore frequentazione della città, alla stessa stregua dei monumenti che vi prospettano.
  1. La “Tebaide” di Ascoli
  • La più antica attestazione della presenza eremitica sul Colle San Marco è data da una lettera di papa Gregorio Magno, databile al novembre 602, in cui si affida al vescovo di Fermo Passivo l’incarico di consacrare il monastero di San Savino, fondato dal diacono ascolano Proculo in fundo Gressiano, su un terreno di sua proprietà. La scelta del dedicatario, il martire Savino, rivela una forte vicinanza al culto dei santi di Spoleto, la capitale del ducato longobardo: Savino (o Sabino) è annoverato come vescovo di quella città agli inizi del sec. IV.
  • Si tratta della più antica testimonianza di un insediamento monastico nel territorio piceno. È individuato ancor oggi dal toponimo San Savino su una delle propaggini del colle, laddove si è insediata una villa privata.
  • L’intervento del vescovo fermano per la consacrazione era reso necessario dal fatto che sin dall’ultimo quarto del sec. VI la sede episcopale ascolana era vacante. Proculus, diacono ascolano e dunque in servizio presso una chiesa presumibilmente ubicata nel centro urbano, gestita autonomamente in assenza di superiori autorità locali, aveva pensato bene di perfezionare la sua esperienza di vita religiosa istituendo un cenobio, e forse scelse di indossarvi l’abito monastico. Il suo nome greco suggerisce una provenienza orientale, e il fatto non deve stupire, visto che in contemporanea si assisteva a un vero boom dell’esperienza monastica nelle aree appenniniche dell’Italia centrale, con un contributo diretto o indiretto delle esperienze esemplari dell’Egitto e della Siria, testimoniate da religiosi che provenivano da quelle regioni o che comunque si riallacciavano a quella tradizione, nella sua declinazione anacoretica o cenobitica.
  • Beninteso, non è possibile stabilire se il diacono ascolano provenisse davvero dall’Oriente o se il suo nome si adeguasse a una cultura fortemente intrisa di memorie orientali, anche sul versante agiografico. La Passione di san Valentino vescovo di Terni, elaborata alla metà del sec. VI, annovera un giovane Procolo ateniese che insieme ai suoi amici coetanei Efebo e Apollonio si convertì al cristianesimo e subì il martirio. La famosa Passione dei dodici Siri evangelizzatori dell’Umbria, la cui datazione oscilla tra il sec. VII e il sec. IX, annovera tra i dodici martiri giunti dall’Oriente san Proculo vescovo di Narni. Proprio queste rispondenze, unitamente alla dedicazione del cenobio a san Savino, delineano in ogni caso una “pista umbra” e meglio ancora “spoletina” nella ricerca delle motivazioni religiose e culturali del diacono ascolano, quasi avesse voluto “trasferire” Monteluco nella realtà spirituale della città picena. Il parallelo tra il San Marco e la “Tebaide” spoletina poteva ben saltare ai suoi occhi, anche perché in materia di vita ascetica c’era stato un illustre precedente “locale”.
  • La tradizione ascolana tramanda infatti la memoria del beato Agostino, un anacoreta che nell’ultimo quarto del sec. VI viveva con i figli in una grotta della Montagna dei Fiori. Giuntagli notizia di una scorreria dei Longobardi, si recò in città a fronteggiare il nemico armi in mano. Ucciso ferocemente insieme ai propri figli, fu tumulato nella Cattedrale dal vescovo Auderis (745-780). La sua arca con epitaffio, decorata da affreschi, divenne in breve tempo una meta di pellegrinaggio. Quando, nei primi anni dopo il Mille, il vescovo Emmone decise di istituire un apposito visitatore addetto al censimento e al controllo della presenza eremitica nella “Tebaide” ascolana, dispose pure che nella ricorrenza del dies natalis del martire (il 21 maggio) tutti gli eremiti della zona venissero in solenne processione a rendergli omaggio, di fronte alla sua tomba.
  • In Cattedrale risultavano conservate anche le ossa del beato eremita Saladino. Una perduta iscrizione su lamina di piombo attestava la solenne traslazione del corpo avvenuta nel 1241, il giorno seguente al dies natalis (il 1° aprile), dalla grotta di Sant’Angelo in Voltorino sulla Montagna dei Fiori, dove il beato si era ritirato a condurre vita penitenziale per ventotto anni. La sua presenza è effettivamente attestata a Sant’Angelo in una bolla di papa Gregorio IX del 1235, e a seguito della morte la devozione popolare lo aveva eletto a santo, tant’è che un lascito testamentario del 1253 a favore degli eremiti di Sant’Angelo li definisce reclusis de Sancto Saladino.
  • Il beato trasse a quanto pare la sua rinomanza dal suo passato di cavaliere. Prima di ritirarsi a condurre vita eremitica sarebbe partito alla volta della Terrasanta in giovane età, finendo prigioniero del suo omonimo sultano e condottiero curdo, il celeberrimo “feroce” Saladino (1138-1193). Liberato insieme ad altri grazie all’interessamento di papa Lucio III (1181-1185), il cavaliere ascolano sarebbe tornato in patria per poi sposarsi. Ebbe un figlio, Monaldo. Nel 1213, in seguito a una crisi, si ritirò a condurre vita eremitica.
  • Anche se il capitolo dell’avventura oltremare non è comprovato, è tuttavia credibile che un crociato avesse assunto in veste di eremita il nome del sultano come frater Saladinus in ricordo dell’esperienza in Terrasanta. Con uno spirito francescano, non senza ironia, quel nome associava una qualifica che denotava umiltà e comunione (frater) a un’immagine proverbiale di potenza e di ferocia (Saladinus). Non si può spiegare in altro modo l’adozione di un nome che sicuramente il beato non aveva sin dalla nascita, e che poco si addiceva a un asceta, proprio perché apparteneva al nemico per eccellenza dei credenti, non ancora nobilitato dalla letteratura epico-cavalleresca.
  1. Contesto e struttura dell’eremo di San Marco
  • Dopo la venuta in Ascoli del Poverello d’Assisi (1215 ca.), si formò all’incanto una comunità di ben trenta seguaci che si stabilì sul Colle San Marco, presso l’antico eremo di San Lorenzo in Carpineto, la cui origine è fatta risalire dalla tradizione al sec. VIII, all’epoca del predetto vescovo Auderis. Già nel 1237 risulta una comunità francescana stabilmente insediata in Ascoli, a Campo Parignano, ma è probabile che molti religiosi, avendo sotto gli occhi l’esempio di fra’ Saladino, scelsero di seguire le orme di Francesco sull’onda dell’antichissima tradizione dell’eremitismo benedettino. Fu così che nel 1234 venne formata una congregazione facente capo ai cenobî di Sant’Angelo in Voltorino e di San Lorenzo in Carpineto, direttamente sottoposta alla protezione della Santa Sede per effetto di una bolla di Gregorio IX. A promuovere tale congregazione, costituita da sei piccoli monasteri, erano i cosiddetti “bizzochi”, religiosi che seguivano la Regola di san Benedetto ma che nella sostanza si rifacevano proprio all’esempio attuale e coinvolgente di san Francesco.
  • Nel contempo, l’opera riformatrice di san Bernardo di Clairvaux, che produsse l’ultima grande “colonizzazione” monastica del continente europeo, non mancò di lasciare il suo segno sulla città e sulla tradizione eremitica del San Marco. In Ascoli si stabiliva nel 1258, a Campo Parignano, il monastero cistercense femminile dei Ss. Matteo ed Antonio, e già nel 1253 in un lascito testamentario risulta attestato l’eremo di San Marco, noto in seguito con il toponimo de Vena.
  • San Marco non rientrava nella complessa struttura monastica che fa capo a Cîteaux, collocandosi piuttosto in quell’ampia pletora di piccoli monasteri che aderivano idealmente alla riforma di san Bernardo, in adesione ai suoi principî fondamentali: la semplicità, l’isolamento, la preminenza del lavoro manuale. Gli stessi principî, in aderenza ai caratteri fondamentali dell’edilizia cistercense, sono tuttora ribaditi dall’essenza tecnica e formale della chiesa, in evidente rapporto con i principi generali dell’edilizia sacra del Duecento ascolano. Il vescovo della città, sostituendosi all’abate dell’abbazia madre dell’organizzazione cistercense, compiva le visite regolari presso questa sua “filiazione”. L’importanza conferita alla gestione del patrimonio agrario e boschivo, con la partecipazione diretta dei monaci e l’assistenza dei conversi, rientra anch’essa nei canoni generali dell’organizzazione cistercense, riscontrandosi peraltro la presenza di una grangia (termine mediolatino derivato da granarium, «granaio») a servizio del monastero nell’ambito dei possedimenti di Marino del Tronto: il termine indicava probabilmente non solo un edificio espressamente dedicato allo stoccaggio del raccolto ma una vera e propria “azienda agraria” con tutti i suoi terreni e i suoi edifici, residenziali e produttivi. Anche se in una diversa declinazione rispetto al caso degli eremiti “benedettini” del Voltorino, dovette agire anche qui l’influsso della spiritualità mendicante, soprattutto agli occhi dei fedeli, ma la ricerca della semplicità dovette fare i conti con episodi di prepotenza e di corruzione, secondo una dinamica che accomuna nel sec. XIV molte consimili fondazioni, destinandole al declino. Di qui il ricorso vescovile alla commenda, già diffusa in Italia nei decenni finali del sec. XIV a fronte della crisi generale dei monasteri.
  • Il cenobio era piuttosto articolato dal punto di vista edilizio, al punto che doveva apparire “fuori scala” rispetto agli altri insediamenti della zona. Oltre alla chiesa superstite, articolata in due piani, ancora nel Settecento era possibile individuare un nucleo edilizio contiguo alla chiesa stessa, che si sviluppava verso est su una lingua di roccia della parete, più estesa di quella che si nota attualmente. Si intravedono ancora alcuni filari della parete frontale, e la roccia retrostante rivela gli alloggiamenti delle travi. Al termine dell’edificio, sempre rasente alla parete, un camminamento permetteva di giungere al predetto eremo di San Lorenzo in Carpineto. Già alla fine del Settecento, un crollo, forse per effetto diretto o indiretto di un sisma, aveva totalmente cancellato questo sentiero, che metteva direttamente in contatto i due più importanti cenobî della zona.
  • Un altro nucleo edilizio, di minore entità, formato da casupole associate a cavità naturali, sormontava la chiesa sulla parete d’ingresso. Era servito dalla porta a dislivello ora murata che si individua di fianco all’entrata dell’edificio. Una notevole messe di conci e di finiture, recentemente individuati all’interno di una grotta nel baratro sottostante, testimonia ulteriori e più cospicui corpi edilizi alla base della parete, laddove partiva originariamente la ripida scala d’accesso, mentre sul costone dirimpetto della fossa, all’imbocco dell’attuale ponte di collegamento, lungo un’ampia superficie pianeggiante si leggono tuttora tracce di fondazione e brevi monconi di parete. Si riferisce forse a queste strutture il Colucci (1794) quando menziona alcune case abbandonate nei pressi dell’eremo, ancora utilizzate dagli abitanti del luogo fino a poco tempo addietro. Una grossa macina monolitica di travertino, sicuramente in rapporto alle attività agricole del monastero, era presente in zona fino ad alcuni decenni fa.
  • La documentazione conferma un’articolazione e una dotazione oggi insospettabili. A tal riguardo, è assai preziosa una cronaca di epoca imprecisata, condotta in italiano sulla scorta di atti giudiziarî trecenteschi, trascritta infine nel 1749-1754 da mons. Ildefonso del Tufo presso l’Archivio del monastero ascolano di Sant’Angelo Magno.
  • In relazione a una visita all’eremo compiuta il 29 gennaio 1386 dal vescovo Pietro III de Torricella (1374-1386), oltre alla chiesa, limitatamente agli ambienti che custodivano beni mobili, risultano la sagrestia situata dietro l’altar maggiore, una Cappella inferiore (l’ambiente di pianterreno dell’edificio oggi esistente), la cucina, la cantina, la cella del priore e tre altre celle, in cui i religiosi dormivano in due o tre per letto, contrariamente alla regola.
  • All’epoca la struttura ospitava sei monaci, due oblati (conversi) e sette servi, senza pensare all’accoglienza abusivamente concessa a otto congiunti del priore pro tempore fra’ Nuzio da Fabriano. Oltre al dormitorio dei monaci dovevano esservi dunque ulteriori strutture residenziali, nonché ampi spazi per il ricovero del bestiame: bovi, capre e porci in quantità grande.
  • Il patrimonio terriero di cui il cenobio disponeva era considerevole, e aveva suggerito al suddetto fra’ Nuzio di intraprendere una dissennata attività di permute e di compravendite grazie soprattutto ai numerosi beni posseduti in territorio di Acquasanta, senza tenere in minimo conto della volontà e degli interessi dei confratelli e dell’istituzione. A Marino del Tronto i terreni facevano riferimento a una grangia, come si è accennato. In un anno, i terreni del colle, tra Lisciano e Piagge, fruttavano all’eremo venticinque salme di grano e settanta salme di vino, senza pensare alla produzione dell’olio di oliva, alla raccolta della frutta e allo sfruttamento dei boschi, per la raccolta delle ghiande e per il legname. Ad Acquasanta si raccoglievano trenta salme di grano, venti salme di miglio, dodici salme di fave, sedici salme di orzo e di farro. Da Marino del Tronto a titolo di gabella giungevano dodici salme di grano, e la stessa quantità era corrisposta dall’eremo di San Giacomo della Montagna dei Fiori, che dipendeva dal San Marco. Occorre tener conto che le cifre sono solo indicative, perché la gestione dei beni era ormai priva di un attento controllo.
  • Un indicatore dell’entità del patrimonio e della decadenza della gestione è dato dall’abbigliamento rituale e dagli arredi liturgici della chiesa. A memoria di un testimone si conservavano, oltre alle due croci d’argento ancora presenti all’epoca (una piccola e una grande, in mostra sull’altar maggiore), sei paia di paramenti guarniti molto belli, cinque calici d’argento e dodici volumi pergamenacei miniati (bellissimi). Al momento della visita erano rimasti solo due paramenti, un calice d’argento e tre volumi (un breviario, un messale e un antifonario).
  • (Furio CAPPELLI)
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  • Il testo integrale dell’articolo è disponibile all’indirizzo: https://www.academia.edu/35946812/LEREMO_EPONIMO_DEL_COLLE_SAN_MARCO_ASCOLI_PICENO_._Ambientazione_dellinsediamento_e_analisi_della_chiesa_superstite

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